Amsicora
Ampsicora era un principe sardo-punico, di origine nobile, proprietario terriero e un figura di spicco della comunità di Cornus.
Visse in un periodo di grande pressione da parte di Roma, soprattutto dopo la Prima Guerra Punica, che aveva lasciato l’isola sotto il dominio romano.
La rivolta anti-romana
Nel 215 a.C., Ampsicora, insieme al cartaginese Annone, guidò una grande rivolta contro Roma, sostenuta anche dalla tribù dei “Sardi Pelliti” delle zone interne.
La rivolta mirava a rovesciare il dominio romano e ad ottenere il sostegno di Cartagine, che inviò il generale Asdrubale con 15.000 soldati per aiutarli.
La battaglia e la sconfitta
La ribellione fu affrontata dai Romani, guidati dal console Tito Manlio Torquato.
In un primo scontro, il figlio di Ampsicora, Iosto, fu sconfitto.
Dopo l’arrivo dei rinforzi cartaginesi, le forze di Ampsicora si scontrarono con i Romani nella battaglia decisiva di Decimomannu, ma furono sconfitte.
La fine di Ampsicora
Alla fine della battaglia, quando Ampsicora venne a conoscenza della morte del suo amato figlio Iosto, non riuscì a sopportare la sconfitta e la perdita.
Preferì la morte alla prigionia e si suicidò, rimanendo un simbolo di coraggio e di resistenza alla tirannia.
Eredità
La storia di Ampsicora è diventata un simbolo della lotta per la libertà e della resistenza contro l’oppressione straniera.
È ricordato come “Il primo dei Principi dei Sardi” da Tito Livio, lo storico romano.
IX secolo
La Sardegna dall’IX secolo circa fu indipendente, organizzata in 4 entità statuali chiamate Giudicati.
XIII secolo
Nel 1297 Papa Bonifacio VIII, per risolvere la contesa tra Angioini e Aragonesi circa il Regno di Sicilia (che aveva scatenato i moti popolari passati alla storia come Vespri siciliani), attraverso la bolla Ad honorem Dei onnipotenti Patris investì il re d’Aragona Giacomo II dello “ius invadendi” sulla Sardegna e sulla Corsica.
XV-XVIII secolo : Dominazione Aragonese e Spagnola
Dal 1420 al 1713 fu sotto la dominazione del Regno d’Aragona e di Spagna.
XVIII secolo: Dominazione Austriaca
Dal 1713 al 1720 la Sardegna fu in mano agli austriaci.
Dominazione dei Savoia
Nel 1720 il trattato dell’Aia assegnò definitivamente il Regno di Sardegna ai Savoia
I Savoia governarono senza alcuna considerazione del volere dei sardi. L’Isola intera versava in terribili condizioni a causa della fame, dei tributi da versare nelle casse del Re, dell’assenza di libertà e di un piano di sviluppo. Nel mentre, la Rivoluzione Francese cambiava l’Europa. Alla fine del ‘700, il popolo francese si ribellò al Re Luigi XVI e ai nobili. La Francia si scontrò con gli altri Stati europei che temevano le idee rivoluzionarie, ma i Francesi vollero fortemente che quelle idee di libertà arrivassero ovunque; e così arrivarono anche in Sardegna.
1793 – Attacco Francese
Nel 1793 i Francesi giunsero all’isola di San Pietro e a Quartu Sant’Elena, tentarono di occupare anche l’isola della Maddalena. I sardi tennero fronte ai francesi, i quali non riuscirono a entrare in Terra Sarda. Il Re Vittorio Amedeo III di Savoia volle premiare i sudditi che avevano respinto il pericolo di invasione Francese, ma nelle ricompense, vennero favoriti i piemontesi e non i sardi che invece avevano approntato un esercito e avevano combattuto e respinto l’invasione.
Gli Stamenti e il loro scioglimento a danno dei sardi
Avendo dato prova di valore contro l’invasione francese, nonché di capacità di organizzazione, le classi dirigenti sarde organizzate in Stamenti, decisero di negoziare le proprie rivendicazioni al governo piemontese contenute in 5 richieste, le più importanti erano due: riunire nuovamente il Parlamento sardo e lasciare ai Sardi i compiti più importanti nel governo della Sardegna.
Dopo 3 mesi di estenuante attesa, Il governo sabaudo, diffidente verso ogni forma di decentramento politico o amministrativo, perseguì la politica di accentramento del potere nella Corona e nei suoi diretti rappresentanti in Sardegna, allo scopo di rafforzare il potere e il prestigio del Piemonte, vero nucleo del regno. Il governo piemontese, impose, durante il soggiorno a Torino dei rappresentanti del parlamento, lo scioglimento degli Stamenti (non senza incontrare resistenze) mentre il sovrano sabaudo rifiutò di acconsentire alle cinque richieste.
28 Aprile 1794 – I sardi si ribellano
La ribellione era ormai nell’aria, la data decisa dai rivoluzionari pare fosse quella del 4 maggio, giorno del rientro della Festa di Sant’Efisio nella città di Cagliari e perciò giorno di assembramento di masse, ma pare che la scoperta da parte del Viceré dei piani della sommossa fece anticipare la ribellione alla notte tra il 28 e il 29 aprile.
Quello che è certo è che verso l’una del 28 aprile 1794, un gruppo di soldati, proveniente dalle caserme del quartiere di Castello, si avviò nel quartiere di Stampace verso la casa dell’avvocato Vincenzo Cabras per arrestarlo con l’accusa di sedizione contro lo Stato. Con lui, per errore, fu arrestato Bernardo Pintor, scambiato per il fratello Efisio. Mentre venivano condotti verso Castello, Efisio Pintor e Vincenzo Cabras incitavano il popolo alla ribellione.
Per tutta risposta un gruppo di popolani armati cercò di sfondare una delle porte di Castello, mentre altri diedero fuoco alla porta di Sant’Agostino. Qui, grazie ad una breccia i Sardi riuscirono ad entrare a Castello e disarmarono i soldati Piemontesi messi a proteggere la porta. Le campane dei quartieri di Stampace, Marina e Villanova suonarono per incitare il resto degli abitanti alla ribellione. Altri rivoltosi arrivarono a Castello e trovando la porta chiusa le diedero fuoco. I militari cercarono di far fuoco con i cannoni verso i ribelli ma questi riuscirono ad impossessarsi delle loro armi e puntarono i cannoni verso Castello stesso. Altri popolani nel frattempo presero le porte della Torre dell’Elefante e della Torre del Leone con l’intento di arrestare il Viceré Piemontese Vincenzo Balbiano. I soldati piemontesi una volta accerchiati si arresero e cercarono rifugio dentro il Palazzo Regio. I rivoltosi riuscirono finalmente ad entrare nel Palazzo ma non trovarono il Viceré, che si era rifugiato nel palazzo Arcivescovile, per cui entrarono anche nel palazzo arcivescovile dove catturarono il Viceré e le massime autorità piemontesi.
Il 7 maggio il Viceré e gli altri funzionari furono imbarcati e rimandati in Piemonte.
Anche nei villaggi della Sardegna, gli agricoltori, stanchi di pagare tributi ai nobili, si ribellarono occupando le terre, come descritto nei versi iniziali di Su patriotu sardu a sos feudatàrios, scritto nel 1795 da Francesco Ignazio Mannu, che aveva preso parte alla cacciata dei Piemontesi da Cagliari.
I Savoia, al fine di quietare la ribellione, incaricarono (come Alter Nos) il giudice Giovanni Maria Angioy, egli, al suo arrivo in Sardegna, vide la disperazione degli agricoltori e dei pastori e si schierò dalla loro parte diventando egli stesso un rivoluzionario.
Qualche anno dopo i Piemontesi uccisero senza pietà tutti i rivoluzionari di quella e di altre ribellioni degli anni successivi. Il Re continuò a governare la Sardegna con la forza, mantenendola in condizioni di povertà per tutto l’Ottocento.
La Rivolta di Palabanda
La rivolta di Palabanda fu l’ultimo atto di ribellione intrapreso dai Cagliaritani contro i Savoia.Anche se siamo abituati a sentirla chiamare “congiura di Palabanda“, la storia ci racconta uno scenario diverso.Fra la popolazione di Cagliari, stremata dalle tasse per mantenere il fasto della corte di Vittorio Emanuele I, e stanca di non avere un peso a livello politico e amministrativo, si diffonde un’insofferenza generale che non può più essere repressa.Il malcontento si aggiunge alla fame che nel 1812, anno della rivolta, è arrivata un livello intollerabile: quando sentiamo l’espressione “famini de s’annu doxi” si fa riferimento proprio a quest’annata.Carestia, crisi economica ed epidemie contribuiscono a innescare la miccia di quella che fu l’ultima ribellione dei sardi contro il governo Piemontese.
Popolani e intellettuali, i protagonisti della rivolta di Palabanda sono un insieme eterogeneo di persone di cultura e semplici cittadini orgogliosi che vogliono avere una voce nelle cose della loro città.
Giuseppe Zedda e Stanislao Deplano, professori universitari, Francesco Garau e Antonio Massa Murroni, avvocati, Salvatore e Giovanni Cadeddu, fratelli e delegati cittadini, Luigi Cadeddu, figlio di Salvatore e dottore in giurisprudenza, Raimondo Sorgia, conciatore di pelli, Ignazio Fanni, pescatore, Pasquale Fanni, argentiere, Giovanni Putzolu, sarto, Giacomo Floris, operaio, Antonio Cilloco, militare.
Ognuno di questi uomini ha avuto un ruolo nelle azioni rivoluzionarie culminate nel 28 aprile 1794, che per tutti oggi è Sa die de Sa Sardigna. E ognuno è consapevole del rischio che corre, il carcere o la morte.In ogni caso, si tratta di uomini coraggiosi che la sconfitta di pochi anni prima non ha demoralizzato.Si riuniscono nella località di Palabanda, che attualmente corrisponde all’Orto Botanico.Oggi, nell’atmosfera incantata del giardino più bello di Cagliari, una lapide ricorda il sacrificio dei patrioti cagliaritani, morti o rinchiusi in carcere a vita per aver tentato di liberare la Sardegna dal dominio Piemontese.Qual’era l’obiettivo della rivolta?
Eliminare i Piemontesi e cacciarli finalmente dalla Sardegna. Il piano dei rivoluzionari prevede l’occupazione di Castello nella notte tra il 30 e il 31 ottobre, con la complicità di alcune guardie poste davanti alla porta di Sant’Agostino, che collega il quartiere di Marina alla parte superiore della città. Però qualcosa va storto: la sera del 30 ottobre, Giacomo Floris incrocia un gruppo di soldati mentre raggiunge i compagni rivoluzionari che lo aspettano alla Marina. Alla richiesta di spiegazioni sul perchè sia in giro a quell’ora della sera, risponde poche parole confuse e viene lasciato andare, ma si convince che il piano è stato scoperto e lo comunica agli altri. Poco dopo, il colonnello di Villamarina viene a sapere dall’avvocato del fisco, Raimondo Garau, della cospirazione.
La rivolta o la “congiura” di Palabanda
Anche se il governo dei Savoia rimane saldo al timone, pochi giorni dopo i Piemontesi catturano quasi tutti i protagonisti della rivolta di Palabanda. Chi finisce in prigione sperimenta torture indicibili, ma non fa un nome. Nessuno tradisce gli amici rivoluzionari e nessuno si pente.Il risultato è spietato: tre condanne a morte, quattro condanne a morte in contumacia, quattro condanne al carcere perpetuo, una condanna a 20 anni di carcere.La rivolta prende il nome di congiura anche per giustificare una repressione così feroce, ma è sempre viva quella voce che parlava di Carlo Felice, fratello del re, come il primo sostenitore della rivolta.Per quale ragione? Non certo perchè volesse concedere la libertà ai Sardi, quanto per rivalità con il fratello Vittorio Emanuele I che, trasferendosi in Sardegna, aveva messo in ombra il suo potere sull’Isola e sottratto risorse per il mantenimento della sua corte.A Nuxis, un murale ricorda la rivolta
A Nuxis, paesino della Sud Sardegna, il murale dell’artista Francesco del Casino, ricorda la vicenda storica di uno delle figure centrali della rivolta di Palabanda, Salvatore Cadeddu. In fuga verso il Sulcis subito dopo la scoperta dei piani di rivolta, trovò ospitalità presso un possidente del luogo per un breve periodo.Pochi mesi più tardi, i Piemontesi lo rintracciarono a san Giovanni Suergiu e lo trasportano a Cagliari, dove lo aspettava un processo e una condanna per cospirazione.
1861 – Il “Regno di Sardegna” viene annesso al Regno d’Italia
Nel 1861 il Regno di Sardegna divenne Regno d’Italia e la Sardegna entrò a far parte dello Stato italiano, in cui oggi ci troviamo.
Dominio dei tiranni sabaudi e colonialismo culturale e linguistico
I Savoia quando arrivarono in Sardegna nel 1720, istaurarono un dominio che presenta tutte le caratteristiche del governo coloniale. Tutti gli atti che i regnanti sabaudi compiono nell’Isola infatti, sia prima che dopo l’unificazione italiana del 1861, sono improntati ad un atteggiamento coloniale.
Limitiamoci all’aspetto linguistico e culturale; che non può andare disgiunto da tutte le considerazioni sulla politica di rapina e spoliazione sistematicamente condotta da tutti i Savoia, perché ne costituisce un mezzo e presupposto; aldilà infatti delle considerazioni politico-economiche è proprio l’aspetto linguistico e culturale che ha giocato un ruolo enorme.
La repressione dell’uso dei “dialetti sardi” e l’imposizione della lingua italiana come mezzo di “incivilimento” è stata applicata da subito su un popolo che già dall’inizio è visto come costituito “per sua natura, da nemici della fatica, feroci e dediti al vizio”, Sardegna “paese maledetto”, con il sardo che è “più selvaggio del selvaggio, perché il selvaggio non conosce la luce e il sardo la conosce”. Cosa può restare a un popolo per sentirsi tale, se così lo definisci e per di più gli togli la lingua: “proibendo severamente l’uso del dialetto sardo in ogni atto pubblico civile non meno che nelle funzioni ecclesiastiche tranne le prediche”? Prescrivendo “l’esclusivo uso della lingua italiana per incivilire alquanto quella nazione, affinché vi siano più universalmente comprese le istruzioni e gli ordini del Governo”?
Da subito quindi l’italiano viene imposto nelle scuole e se all’inizio riguarda solo pochi privilegiati, nel corso dell’800 inizia a diffondersi anche per l’istruzione del popolo.
Così è nata la desardizzazione dei sardi in un progetto di omogeneizzazione culturale tipico delle potenze coloniali. Pensateci bene: io ti dico che ti impongo la mia lingua, nobile e di grande cultura, perché voglio sollevarti dal tuo stato di primitivo ignorante e ti impedisco di parlare il tuo rozzo dialetto che ti manterrebbe in questa deprecabile condizione, per farti entrare nel mondo dei popoli civili; questo è quello che ti dico e te lo ripeto, tutti i giorni, in ogni occasione, e sono così bravo a dirtelo (e così forte con i mezzi coercitivi che ho) che tu alla fine ci crederai ciecamente. Ma in realtà io lo faccio perché devo assoggettarti al mio volere, ti devo imporre le mie leggi e lo sfruttamento del tuo territorio, devo poterti rapinare impunemente le ricchezze, distruggendoti i boschi e le foreste per farne carbone o traversine per le ferrovie delle parti ricche del regno, rapinandoti i minerali del sottosuolo che arricchiscono “is stràngius”, magari facendoti morire in miniera o sparandoti quando cerchi di scioperare per migliori condizioni di lavoro, obbligandoti a darmi perfino la tua vita di soldato perché io possa sostenere le mie mire espansionistiche imperiali in Europa e in Africa; ecco, per poter fare tutto questo devo tenerti soggiogato, devo farti credere che tu non vali niente, che sei solo un selvaggio senza lingua, un rustico che balbetta un rozzo dialetto, che sei un povero inferiore, che “senza di me non ce la puoi fare” ed avrai invece, se mi seguirai, la possibilità di appartenere ad un popolo forte e grandioso che lustra di sè la storia dell’umanità.
Amici, queste sono le prodezze dei Savoia, e anche del fascismo, che Francesco Casula ci racconta mirabilmente nel suo libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” e vorrei appunto sottolineare come l’aspetto culturale e linguistico sottenda in modo subdolo a tutta la costruzione di un sistema colonialista che è riuscito a privarci del nostro “senso di sè” più genuino e convinto. E non pensiate che la democrazia dell’Italia repubblicana abbia cambiato qualcosa in questo atteggiamento. Cosa è successo, dal punto di vista culturale e linguistico dopo il 1948, e consolidandosi soprattutto dai primi anni ‘60, con la scuola di massa prima e la televisione per tutti poi? Come ci è stata raccontata la storia? Sempre con lo stesso atteggiamento coloniale, nascondendo ciò che di importante può esserci stato nella nostra storia, la splendida civiltà nuragica fiorita millenni prima della grande Roma, la grande civiltà dei Giudicati, che ha dato nel 1300 un codice di leggi come la Carta de Logu che è durato fino a metà dell’800, tutto ciò che ci può avere dato lustro nei secoli precedenti è stato sistematicamente occultato, e noi non sappiamo niente di tutto ciò. Ancora oggi circolano libri nelle scuole italiane che rappresentano l’Italia con tutti i grandi monumenti nelle grandi città d’arte e la Sardegna popolata unicamente da pecore e pastori. E tutto ciò si accompagna sempre alla proibizione di usare la nostra lingua, un codice che è nato per primo fra tutte le lingue neolatine e che per secoli ha veicolato il nostro modo di pensare e di fare, dunque la cultura spirituale e materiale del nostro popolo; un mondo di relazioni personali e comunitarie profonde, di etica del lavoro, di solidarietà nel bisogno, di “agiudu torrau”, di allegrie e sofferenze vissute in comune, con le parole della poesia e del canto nelle nostre espressioni artistiche più genuine. Quella lingua rappresenta ciò che siamo stati per secoli, ed è carica di tutta la gioia, il dolore, i sentimenti vissuti da tutti coloro che nei secoli l’hanno usata per comunicare agli altri, paesani o stranieri, idee ritagliate con quella lingua e che esse stesse ritagliano il mondo a modo loro, e assolutamente unico. Ebbene, questa lingua piena del sangue di tutti quelli che l’hanno usata, sono riusciti ad estirparcela perché abbiamo accettato di credere alle panzane che ci ha raccontato uno stato che ha tutto l’interesse che noi restiamo balbuzienti in una lingua a noi straniera, in una scuola che non ci dice niente di noi e del nostro territorio (vedi anche i dati spaventosi della dispersione scolastica nelle scuole sarde, che è la peggiore in Italia). Uno stato che, in un mondo dove la conoscenza è tutto, vuole tenerci analfabeti della nostra storia e della nostra lingua, impedendoci di studiarla e di usarla nelle situazioni formali della società e togliendoci per di più quel vantaggio cognitivo che conferisce il bilinguismo e che la scienza ha ormai dimostrato da anni. Uno stato che, con la complicità delle classi dirigenti locali asservite ed ossequianti nella speranza di utili incarichi e prebende, trova certo più facile imporre le scelte politiche e le servitù militari ed economiche, proprio come uno stato imperiale le impone alle sue colonie, se il popolo è privato della possibilità di pensare e sentire nella sua lingua, quella che ha formato di sè la sua storia.
E quindi dovremo arrivare a capire che la lingua ci serve anche per ragioni economiche, perché un popolo che ragiona con la sua testa, con la sua lingua, non si fa imporre modelli di sviluppo che fanno solo gli interessi economici degli estranei, i quali col pretesto truffaldino che ci danno il lavoro (ma che qualità di lavoro!), ci sporcano la nostra bella terra, ci fanno svendere le nostre coste per arricchire i palazzinari, ci distruggono i mezzi di produzione che sono la nostra cultura, ci rubano i posti più belli per metterci fabbriche che falliscono in pochi anni, servitù militari che portano cancro e malformazioni, raffinerie che inquinano il mare e talvolta uccidono perfino i nostri lavoratori.
Lo storico americano John Day definisce la Sardegna come «una delle più antiche e costanti colonie del mondo».
Diceva Gramsci (il 16 Aprile 1919 in un articolo dell’Avanti, avente per titolo “I dolori della Sardegna”) che: “Nel cinquantennio 1860-1910 lo Stato italiano nel quale hanno sempre predominato la borghesia e la nobiltà piemontese, ha prelevato dai contadini e pastori sardi 500 milioni di lire che ha regalato alla classe dirigente non sarda.
Perché è proibito ricordare, che nello Stato italiano, la Sardegna dei contadini e dei pastori e degli artigiani è trattata peggio della colonia eritrea in quanto lo stato «spende» per l’Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna, prelevando un tributo imperiale?”.
John Day, nato a Chicago nel 1924, ha insegnato come docente di Storia economica dell’Università di Parigi VII, in Israele, negli Stati Uniti, in Italia e anche a Cagliari.
Si è occupato della Sardegna, terra in cui ha anche vissuto per un periodo.
Per Day “Gli stessi meccanismi di base del regime coloniale o neocoloniale – la dipendenza politico-militare, le pesanti tasse e tributi praticamente senza contropartita, lo scambio ineguale – persistono sotto il dominio pisano-genovese, aragonese-spagnolo e piemontese, e non spariscono completamente neanche dopo il 1860″. (pag. 20)
[…]
“La storia, è stato detto, è lo studio dei cambiamenti anche se, come in Sardegna, questi sono stati estremamente lenti e non sempre nel senso del progresso.
Al contrario, per secoli il processo storico dell’isola sembra che sia stato più ciclico che lineare, ciò che lascia, visto da lontano, l’illusione di una società praticamente immobile e ai viaggiatori stranieri il sentimento di aver scoperto in piena Europa una società arcaica, o peggio ancora, primitiva.
Questi movimenti ciclici si evidenziano nei flussi e riflussi migratori interni. In contrasto ad altri popoli isolani del Mediterraneo, i sardi nei secoli passati emigrarono poco. Le migrazioni all’interno dell’isola invece potevano essere molto consistenti (anche senza contare gli spostamenti dei pastori transumanti)”
Il libro continua esaminando i problemi del banditismo, più forte in Gallura durante il periodo spagnolo, per via del contrabbando, in Barbagia successivamente.
Le terre comuni (ndr, viddatzones), secondo Day, non sono risalenti al periodo nuragico, ed esamina tutti i tentativi falliti (spagnoli e piemontesi) di riforma dell’isola in senso agrario, a dimostrazione che
“tutti questi esempi tratti dalla storia sarda servono quindi a dimostrare la fallacia di modelli euro-centrici del processo storico in un paese dov’è in gioco non tanto il progresso quanto la sopravvivenza.
Sotto questo aspetto la Sardegna, una delle più vecchie dipendenze coloniali del mondo, non è stato certamente un caso isolato. (pag.36)
Durante il periodo giudicale, mette in evidenza le ricchezze dei pisani, che portarono all’esaurimento le miniere di argento di Iglesias, sfruttando le saline cagliaritane e il grano sardo. Poco si sofferma invece sui quasi 600 anni di indipendenza del Giudicato di Arborea.
Analizza poi il ruolo della donna nella società sarda, tutt’altro che matriarcale, il popolamento (circa 300.000-320.000 persone durante il 1300-1400) e della povertà che emergeva dai censimenti per le tassazioni, con la convinzione che le ribellioni sono avvenute soprattutto in quei paesi dove la povertà era più marcata, incluso nel periodo dei moti anti-feudali del 1793-96.
A muovere le ribellioni non furono le idee liberali e repubblicane, ma la fame e la corruzione dei baroni e feudatari.
L’analisi dei dadi del 1771 mostra che i paesi più poveri sono quelli che hanno avuto più ribellioni.
“Alla luce di tutti questi dati si possono dunque considerare i primi moti come una classica rivolta anti-fiscale di gente ridotta alla miseria e alla disperazione per le cattive annate.
Il movimento sarà recuperato solo in secondo tempo da “democratici” filo-francesi come Cilocco, Mundula, Muroni, Sanna Corda e lo stesso Giovanni Maria Angioy, vale a dire da membro di un ceto sociale in gran parte esente dal pagamento di quei tributi che erano la causa immediata della ribellione.” (pag. 69)
Che dire!
Che “siamo stati sempre colonizzati“, ci è stato ripetuto in ogni ordine e grado della scuola, in tv, nei giornali e in tutte le discussioni da bar.
Scoprire che siamo una delle più antiche e costanti colonie al mondo (detto da uno storico americano, quindi non dentro questioni politiche nostre), fa un effetto diverso.
La dimensione e le tipologie delle servitù delle basi militari, l’industria inquinante degli anni ’60, tassazioni (66% nel sassarese, record italiano sulle aziende), monopoli di fatto sui trasporti e colonizzazione linguistica e culturale, ci fanno credere che oggi non siamo in una situazione tanto differente dal passato.
I tempi cambiano e il sentimento sardo pure, sta assumendo una consapevolezza nuova, non più rassegnata e non più fatalista.
E candu su bentu sulat, tocat a bentulai!
Dal 1791 la giovane Repubblica francese era in guerra con il re di Sardegna Vittorio Amedeo III. Nel 1792 la Convenzione nazionale decise di attaccare contemporaneamente sia il Piemonte che la Sardegna. Le date simbolo della spedizione sono quelle del 28 gennaio 1793 e del 14 febbraio dello stesso anno, che registrano rispettivamente i primi bombardamenti sulla costa cagliaritana e lo sbarco dei francesi sulla spiaggia del litorale quartese. A capo dell’esercito sardo Gerolamo Pitzolo – principale figura dello Stamento militare – e Vincenzo Sulis, scrittore e militare del Regno di Sardegna. L’impreparazione francese, il disordine generale delle truppe d’oltralpe, le condizioni atmosferiche poco favorevoli unite alla resistenza sarda, fecero naufragare il tentativo di conquista su tutti i fronti pianificati, compreso l’attacco diretto verso l’arcipelago della Maddalena. Il fallimento della spedizione francese fu netto e clamoroso; il popolo sardo ne uscì rinvigorito e pronto a chiedere ed ottenere maggiori garanzie dai regnanti in carica della casata Savoia. A fronte di questi fatti, cominciò a montare nell’opinione pubblica un sentimento di rivalsa nei confronti della Corona sabauda.
La casata Savoia iniziò a regnare sulla Sardegna a partire dal 1720: da questa data per gli isolani comincerà un lungo periodo storico fatto di privazioni e di assenza di qualsivoglia privilegio. Lo sprezzante atteggiamento Piemontese verso i sardi, un sistema feudale oppressivo che non lasciava via di scampo, lo scherno con epiteti come “pezzenti, lordi, vigliacchi e Sardi molenti”, in oltre mezzo secolo di governo sabaudo portò a esacerbare gli animi anno dopo anno, decennio dopo decennio. L’esclusione alla partecipazione alla vita politica e attività in ambito amministrativo generò nei sardi un malcontento ormai difficile da contenere. I sentimenti rivoluzionari cominciarono a fermentare in tutta l’isola. E le rivoluzioni, dopotutto, non avvengono mai per caso.
La richiesta sarda: i cinque punti fondamentali
La vittoria sulla spedizione francese – con grande entusiasmo da parte dei Piemontesi che lodarono lo stamento militare sardo – costituiva giusto titolo per avanzare al sovrano richieste di riforma dell’apparato statale tendenti alla maggior partecipazione dell’elemento locale. Nello specifico, le richieste furono cinque, e tutte ben precise:
La convocazione degli Stamenti nel breve periodo per legiferare sulle questioni politiche, giudiziarie ed economiche del Regno. A questo si aggiungeva il ripristino delle convocazioni decennali degli stessi;
L’osservanza e la conferma dei privilegi e leggi fondamentali del Regno.
La nomina di ecclesiastici sardi alle quattro sedi vescovili e la privativa di tutti gli impegni civili ad eccezione di quello di Viceré;
Istituzione di una Terza Sala in seno alla Reale Udienza col compito di esaminare qualunque supplica da presentare al sovrano o al Viceré;
La creazione presso il governo centrale di Torino di un ministero specifico per gli affari di Sardegna.
Uno smacco intollerabile
I presupposti sembrarono dei migliori per ottenere quei diritti fondamentali, negati fin dall’arrivo dei Savoia in Sardegna. I delegati dei tre Stamenti poterono riunirsi a Torino solamente nel settembre del 1793, ma dovettero aspettare ben tre mesi per essere ricevuti dal re; la piattaforma rivendicativa venne invece affidata a un congresso di personalità piemontesi, cadendo nel pieno conflitto d’interessi. Il viaggio dei rappresentanti degli Stamenti fu inutile: i risultati delle decisioni del congresso furono inviati direttamente al viceré perché venissero portati direttamente agli Stamenti, mentre ai deputati della spedizione torinese in attesa di risposta veniva comunicato l’esito dopo che queste erano già tornate in Sardegna. Il risultato fu che i delegati sardi non vennero interpellati e non fu data alcuna concessione. Uno smacco – che si aggiungeva ai noti motivi di malessere già citati – troppo grande per essere sopportato.
I tumulti – l’arresto di Cabras e Pintor
Fu l’arresto di Cabras e Pintor, entrambi avvocati di idee liberali e promotori del cosiddetto “partito patriottico”, a far crollare definitivamente ogni remora insurrezionalista. Ma forse, come asserisce Carta Raspi nel fondamentale Storia della Sardegna, le radici di tale malcontento vanno cercate scavando più a fondo: “L’avversione contro i Piemontesi non era ormai una questione di impieghi, come già durante l’ultimo periodo della signoria spagnola e come hanno fatto credere i dispacci del Viceré Balbiano e la richiesta degli stamenti. I sardi volevano liberarsene non solo perché essi simboleggiavano un dominio anacronistico, avverso all’autonomia e contrario allo stesso progresso dell’Isola ma pure e forse soprattutto, per esserne ormai insopportabile l’alterigia e la sprezzante invadenza”.
La Relazione del tumulto di Cagliari del 28 aprile 1794 custodita presso l’Archivio di Stato di Torino
Nell’importante opera dell’Archivio Sardo del Movimento Operaio contadino e autonomistico dal titolo Sardegna e Corsica negli anni della Rivoluzione 1793-796, che reca scritti di vari autori, è di estremo interesse la Relazione del tumulto di Cagliari del 28 aprile 1794, riprodotta integralmente e custodita presso l’archivio di Stato di Torino:
Nel 28 dello scaduto Aprile in seguito all’arresto praticato d’ordine di S.E de’ due Avvocati Vincenzo Cabras e Bernardo Pintor succedette in Cagliari una tumultuosa insurrezione per cui ne’ giorni successivi si procedette all’arresto ed espulsione da quella città di tutti i sudditi di S.M non regnicoli senza distinzione di rango, età, e condizione […]
La cacciata – gli avvenimenti
La cattura di Cabras e Pintor portò immediatamente a focolai sovversivi da parte di un gruppo di popolani che si diressero verso Castello; altri bruciarono la porta di Sant’Agostino riuscendo a far breccia nella città fortificata. I moti non erano che appena cominciati. Le campane di Stampace, Marina e Villanova cominciarono a suonare incessantemente incitando la restante popolazione alla rivolta; alcuni rivoltosi bruciarono la porta di Castello con l’intento di arrivare al palazzo nel quale si rifugiava il Viceré Vincenzo Balbiano. L’intento era quello di arrestarlo. I rivoluzionari non incontrarono particolari resistenze: alcune cronache dell’epoca narrano che l’opposizione dei soldati piemontesi, guidati dal generale Schmid, fu minima anche a causa dei sentimenti di solidarietà verso la popolazione. Il vero obiettivo era il Viceré. I rivoltosi, una volta riusciti ad entrare nel Palazzo Regio, si accorsero dell’assenza del Viceré che, nel frattempo, si era rifugiato altrove per sfuggire alla cattura. Fu solo una questione di tempo. I rivoluzionari riuscirono a scovarlo presso il Palazzo arcivescovile; qui lo catturarono e con lui anche le massime autorità piemontesi.
Palazzo arcivescovile, nel quale venne scovato il Viceré. ph: Ans Peter Schaefer,
Stanare il nemico fu anche una questione di stratagemmi, alcuni dei quali decisamente originali. Alcune parole, notoriamente di difficile pronuncia per i non autoctoni, divennero un modo per scovare l’oppressore: “Nara Cixiri” (pronuncia ceci) divenne così una formula fonetica attraverso la quale diventava possibile distinguere il cittadino sardo da quello piemontese.
Il 7 maggio
La popolazione inferocita riuscì nell’intento di allontanare tutti i 514 funzionari continentali, compreso Balbiano. Condotti tra le carceri di San Pancrazio, nei conventi del quartiere Marina e quello di Stampace, la lunga processione dei funzionari piemontesi verso il porto di Cagliari durò qualche giorno. Il 7 maggio, il Viceré e gli altri funzionari furono espulsi e rispediti in Piemonte. Venne inoltre ordinato l’imbarco dello stesso Viceré in compagnia del generale d’armi, per i quali si noleggiò un bastimento veneziano e si fornì una scorta per preservarne l’incolumità.
Come la Francia
I moti rivoluzionari che interessarono Cagliari e le altre città sarde – come Sassari e Alghero, che si sentirono incoraggiate dai moti cagliaritani e che a loro volta coinvolsero i paesi dell’entroterra, accaddero in un momento storico ben preciso: mentre a Rivoluzione francese era in pieno svolgimento, la fine di Robespierre si avvicinava e il governo repubblicano prendeva una piega più moderata, la Rivoluzione Sarda era nel pieno del loro svolgimento. La Sardegna divenne così il primo paese europeo a seguire l’esempio della Francia.
Anonimo – La presa della Bastiglia. Fu l’evento simbolo della Rivoluzione francese
La seconda insurrezione
I moti, tuttavia, non finiranno nel 1794. Un’altra insurrezione avrà luogo l’anno seguente guidata dal partito dei novatori capeggiati da Giovanni Maria Angioy, in quella che può essere considerata la parte finale della grande stagione rivoluzionaria sarda, che vi racconteremo nella seconda parte dedicata a questo appassionante viaggio nella storia e negli avvenimenti legati alla giornata del popolo sardo.
Sa Die de sa Sardigna venne istituita dal Consiglio regionale della Sardegna con la Legge Regionale 14 settembre 1993, n. 44, nominandola Giornata del popolo sardo.
La politica italiana nei confronti della Sardegna (e del Sud) è tutto giocata sul colonialismo interno. Fin dai primordi dell’Unità. Tanto che un neomeridionalista come Nicola Zitara, scriverà un libro dal titolo emblematico: L’Unità d’Italia- nascita di una colonia.
Ma di “colonialismo” italiano parlerà anche Gramsci a più riprese: fra l’altro scrivendone il 16 Aprile 1919 in un articolo dell’Avanti, avente per titolo “I dolori della Sardegna”. “Nel cinquantennio 1860-1910 – scriveva – lo Stato italiano nel quale hanno sempre predominato la borghesia e la nobiltà piemontese, ha prelevato dai contadini e pastori sardi 500 milioni di lire che ha regalato alla classe dirigente non sarda. Perché – aggiungeva – è proibito ricordare, che nello Stato italiano, la Sardegna dei contadini e dei pastori e degli artigiani è trattata peggio della colonia eritrea in quanto lo stato «spende» per l’Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna, prelevandovi un tributo imperiale”?
Proseguirà ricordando che il gettito fiscale prelevato in Sardegna era esorbitante non solo in relazione alle risorse di cui poteva disporre l’Isola ma al reddito reale dei suoi abitanti. “Il balzello” finiva così per “paralizzare ogni forza produttiva e ogni risparmio”. Lo stesso Gramsci il 14 Aprile del 1919, in un altro articolo, titolato significativamente “La Brigata Sassari” aveva parlato di sfruttamento coloniale della Sardegna da parte della classe borghese di Torino oltre che con le tasse sproporzionate, con la rapina delle risorse, segnatamente attraverso lo sfruttamento delle miniere e la distruzione delle foreste sarde. Soprattutto in seguito alla rottura dei Trattati doganali con la Francia (1887) e al protezionismo tutto a beneficio delle industrie del Nord, quando fu colpita a morte l’economia meridionale e quella sarda. UInfatti con la “guerra” delle tariffe voluta da Crispi, i prodotti tradizionali sardi (ovini, bovini, vini, pelli, formaggi) furono deprivati degli sbocchi tradizionali di mercato. Nel solo 1883 – ricorda lo storico sardo Raimondo Carta-Raspi – erano stati esportati a Marsiglia 26.168 tra buoi e vitelli, pagati in oro. Dopo il 1887 tale commercio crollerà vertiginosamente e con esso entrerà in crisi e in coma l’intera economia sarda.
Salgono i prezzi dei prodotti del Nord protetti. Di contro crollano i prezzi dei prodotti agricoli non più esportabili. Discende bruscamente il prezzo del vino e del latte. E s’affrettano a sbarcare in Sardegna quelli che Gramsci chiama “Gli spogliatori di cadaveri”. La prima categoria di tali “spogliatori” è quella degli industriali del formaggio. “I signori Castelli – scrive Gramsci – vengono dal Lazio nel 1890, molti altri li seguono arrivando dal Napoletano e dalla Toscana. Il meccanismo dello sfruttamento (ed è un lascito della borghesia peninsulare non più rimosso) è semplice: al pastore che privo di potere contrattuale, deve fare i conti con chi gli affitta il pascolo e con l’esattore, l’industriale affitta i soldi per l’affitto del pascolo, in cambio di una quantità di latte il cui prezzo a litro è fissato vessatoriamente dallo stesso industriale”.
Il prezzo del formaggio cresce ma va ai caseari e ai proprietari del pascolo o ai grandi allevatori non ai pastori che conducono una vita di stenti, aggravati dalle annate di siccità e dalle alluvioni:conseguenze del disboscamento della Sardegna, opera di un’altra categoria di spogliatori di cadaveri: gli industriali del carbone. Il cui lascito per la Sardegna è la degradazione catastrofica del suo territorio. L’Isola è ancora tutta boschi. Gli industriali – soprattutto toscani – ne ottengono lo sfruttamento per pochi soldi. “A un popolo in ginocchio anche questi pochi soldi paiono la salvezza”, scrive Gramsci.
Così – continua l’intellettuale di Ales –“L’Isola di Sardegna fu letteralmente rasa suolo come per un’invasione barbarica. Caddero le foreste. Che ne regolavano il clima e la media delle precipitazioni atmosferiche”. Massajos ridotti in miseria dalla politica protezionista di Crispi e pastori spogliati dagli industriali caseari, s’affollano alla ricerca di un lavoro stabile nel bacino minerario del Sulcis Iglesiente. Dove troveranno altri spogliatori di cadaveri. Sono quelli che arrivano dalla Francia, dal Belgio e da Torino per un’attività di rapina delle risorse del sottosuolo. I Savoia per quattro soldi le daranno in concessione a pochi “briganti”, in genere stranieri ma anche italiani.
“Essi si limiteranno – scrive Gramsci – a pura attività di rapina dei minerali, alla semplice estrazione, senza paralleli impianti per la riduzione del greggio e senza industrie derivate e di trasformazione”. Nel ventennio del brutale regime fascista l’economia sarda si inabisserà ulteriormente: l’Isola continuerà ad essere considerata una colonia d’oltremare. “Più volte – scrive Carta-Raspi – Mussolini aveva fatto grandi promesse alla Sardegna e aveva pure stanziato un miliardo da stanziare in dieci anni. Era stato tutto fumo, anche perché né i ras né i gerarchi e i deputati isolani osarono chiedergli fede alle promesse”.
Con la nuova Italia democratica, il colonialismo nei confronti della Sardegna continuerà: certo assumendo forme più sofisticate e meno brutali ma non per questo meno devastanti. Continuerà l’emigrazione e proprio in coincidenza con il boom economico dell’Italia degli anni ’60. L’Isola sarà utilizzata come stazione di servizio per industrie nere e inquinanti: quelle petrolchimiche in primis. Senza per altro risolvere il problema dell’occupazione. E come area di servizio della guerra (con il 65 per cento di tutte le aree militarizzate in Italia). Con i Sardi privati del proprio territorio. Con 1/5 della costa sarda – ben 437 Km – vietata alla balneazione, specie a causa delle basi militari. Ed ora lo Stato e il Governo italiano, contro l’unanime opposizione dei Sardi, vorrebbero costringere l’Isola ad essere ricettacolo delle scorie nucleari. Trasformandola in un vero e proprio muntonargiu de aliga mala. Permanente e pericolosissima.
La Sardegna ha vissuto nella sua storia diversi periodi di colonizzazioni e diversi colonizzatori. Fenici, romani, bizantini, ecc., sono stati i primi. Ma poi in epoca moderna si susseguirono spagnoli e sabaudi. Il trattato di Londra del 1720 stabilì che la Sardegna passasse sotto l’influenza del governo piemontese, seppur mantenendo le antiche istituzione spagnole, all’ora governato dalla secolare casata dei Savoia. Furono proprio questi ultimi ad avere il predominio politico sulle scelte dell’isola dalla metà del 1720 fino all’unità d’Italia del 1861. Questo secolo e mezzo fu segnato da un lato da “grandi silenzi” e grande indifferenze da parte dell’amministrazione coloniale, dall’altro canto il potere sabaudo cercò in un certo periodo, specie nel campo agrario, di rifondare un sistema: l’evento più significato in questo senso lo si visse nel 1823 con quello che venne chiamato ‘editto delle chiudende’, il quale andava innestandosi direttamente nel sistema tradizionale degli ademprivi (per ademprivio si intendeva in Sardegna, e tuttora in diritto, un bene di uso comune, generalmente un fondo rustico di variabile estensione, su cui la popolazione poteva comunitariamente esercitare diritto di sfruttamento, ad esempio per legnatico, macchiatico, ghiandatico o pascolo.), rendendo la situazione giuridica dei terreni altamente complessa. L’uso degli ademprivi, inoltre, prevedeva la rotazione degli impieghi della terra, che un anno era destinata a pascolo e l’anno successivo a seminagione secondo determinazioni comunitarie locali.
“Il Re Carlo Emanuele, Avolo mio d’immortal memoria, fra le molte sue cure pel rifiorimento della Sardegna, manifestò il pensiero di favorire le chiusure dei terreni; principalissimo mezzo d’assicurare, ed estendere la proprietà, e così promuovere l’agricoltura. Convinti Noi di questa verità, già soggiornanti nell’Isola, Ci siamo applicati ad incoraggiare sì gran miglioramento, e l’anno scorso abbiamo poi creduto bene d’annunziare la legge, che si stava d’ordine nostro preparando. Ora col parere del Nostro Consiglio, di certa Nostra scienza, ed autorità Sovrana, ordiniamo, e stabiliamo in forza di legge quanto segue.”[1]
Con l’editto delle chiudende del 1823, emanato un secolo dopo l’inizio della dominazione piemontese, nasce di fatto il concetto di proprietà privata in Sardegna, concetto che fino all’epoca mai aveva dato grandi risultati, e viene cancellato il regime della proprietà collettiva dei terreni. Un atto che contribuì al dilagare della ribellione e del banditismo presso una popolazione che faceva dell’agricoltura comune e della pastorizia su terreni comuni, la sua fonte di vita. Scrisse Jean Jacques Rousseau: “Il primo uomo che, avendo recinto un terreno, ebbe l’idea di proclamare questo è mio, e trovò altri cosí ingenui da credergli, costui è stato il vero fondatore della società civile… Quante miserie, quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i pali o colmando il fosso, avrebbe gridato ai suoi simili: “Guardatevi dall’ascoltare questo impostore; se dimenticherete che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno, sarete perduti!”[2]
Con l’editto delle chiudende si consentì la creazione della proprietà privata e venne del tutto cancellato il regime della proprietà collettiva dei terreni, che era stata una delle principali caratteristiche della cultura e dell’economia sarda fin dal tempo dei nuragici per poi essere sempre successivamente confermato nella legislazione dell’isola.
Art.1 “Qualunque proprietario potrà liberamente chiudere di siepe, o di muro, o vallar di fossa, qualunque suo terreno non soggetto a servitù di pascolo, di passaggio, di fontana, o d’abbeveratoio.”[3]
Questa imposizione dall’esterno di valori culturali portati dai piemontesi, considerati invasori, con le evidenti conseguenze anche economiche per una popolazione che faceva dell’agricoltura comune e della pastorizia su terreni condivisi la sua fonte di vita, contribuì in modo determinante a un ulteriore aggravarsi del fenomeno della ribellione e di conseguenza del cosiddetto banditismo sardo.
Il decreto si inseriva all’interno di un progetto politico atto a scindere il cordone secolare che, alle soglie dell’era industriale, ancorava la Sardegna al Medioevo e porre le basi per la creazione di una classe di piccoli e medi proprietari terrieri, condizione indispensabile per dare impulso a un’agricoltura moderna capace di innescare, a sua volta, uno sviluppo commerciale e industriale nell’isola.
Da sottolineare inoltre che tale fatto alimentò dissidi tra i pastori e i contadini. I privati venivano infatti autorizzati a recingere i terreni e diventarne proprietari assoluti, impedendo nel contempo l’accesso alle greggi che, in tal modo, venivano private di non pochi pascoli. In realtà l’editto, se per un verso danneggiava i pastori, per altro verso non favoriva certo quei contadini che erano solo prestatori d’opera. Lo stesso documento, infatti, autorizzava i comuni a vendere o cedere gratuitamente i propri terreni, per cui a trarne vantaggio, grazie anche a non pochi abusi, furono solo coloro che già erano proprietari terrieri e, quindi, avevano i mezzi per acquistarne altri o le aderenze necessarie per ottenerne gratis.
Il secondo periodo della colonizzazione sabauda si colloca nel periodo che va dal 1835 fino alla fine del secolo: questi decenni si caratterizzarono per gli sviluppi legislativi di carattere speciale. Nel mondo agricolo si svilupparono sempre più i conflitti agropastorali: gli agricoltori vedevano gli ex vidazzoni[4] sempre più diminuendo a favore degli affari politici piemontesi. Con il termine vidazzone o biddatzone, si denominava quella parte delle terre dedicata alla produzione agricole e lasciata a riposo per un anno, aperta dunque al pascolo del bestiame domestico[5].
In questi anni di profonde lotte agropastorali venne creato il diritto di ademprivio, un concetto legato fortemente a questo secolo di storia sarda. Gli ademprivi erano quegli spazi ad uso comune per i pascoli e per il legnatico[6]. Scrive Leopoldo Ortu: “particolarmente interessante e discusso è il passaggio dal diritto d’uso collettivo delle terre alla proprietà «perfetta», il quale segna una trasformazione profonda del tipo di produzione ed una tappa fondamentale nel processo di integrazione cui l’Isola si trovò ad essere inserita all’interno dello Stato sabaudo prima e della comunità nazionale italiana poi. L’esistenza di forme collettive di utilizzo della terra fu uno dei principali problemi che prima il governo del Regno di Sardegna, poi il governo italiano si trovarono a fronteggiare subito all’indomani dell’Unità, quando una delle priorità che i governi della Destra storica si proposero di perseguire fu individuata nella realizzazione completa della proprietà privata, da raggiungere attraverso l’affrancamento di terre e quotizzazioni del demanio e nonostante tale impegno avesse, come esito più immediato e subito evidente, l’accrescimento del latifondo.’[7]
L’editto delle chiudende fu idealmente seguito nel 1865 da una legge con la quale si aboliva l’istituto degli ademprivi e si imponeva una tassazione particolarmente onerosa sulle abitazioni; la tassazione aveva sì dei correttivi e prevedeva delle agevolazioni, ma queste erano in massima parte inapplicabili nella strutturazione urbanistica sarda, costituita di piccoli villaggi, perché prevista per quelle abitazioni completamente isolate.
L’abolizione degli ademprivi comportò non pochi problemi nell’isola nel 1865. Questa fu una delle più grosse questioni agitate nel periodo, ovvero la questione di trovare la destinazione e le modalità d’uso a quei terreni (oltre mezzo milione di ettari) sui quali le varie popolazioni rurali esercitavano dei diritti, spesso ereditati da capitoli di grazia spagnoli. Avevano il diritto di seminare, di far pascolare gli armenti e quello di impiantare boschi per legname. L’uomo che si prodigò fortemente per cercare una soluzione che potesse accontentare tutti fu certamente Carlo Cattaneo, patriota italiano e politico dotato di un notevole senso giustizia: egli fu certamente uno dei primi esponenti del pensiero federalista italiano, pensiero che però non ebbe un gran seguito, al meno in quegli anni. Il problema delle popolazioni sarde fu che lo stato si sarebbe accaparrato quei terreni che davano proprio la sussistenza necessaria alla loro esistenza economica, per questo Cattaneo sosteneva che coi terreni ademprivili, che il fisco intendeva invece vendere per ricavarne profitti, potesse essere garantito un prestito, il ricavato del quale avrebbe dovuto consentire di avere un fondo da destinare alle infrastrutture e alle necessità sarde: un’idea, quella di Cattaneo, innovativa e modernità, ma che tuttavia non venne accettata dal parlamento e soprattutto dallo schieramento della Destra storica, la quale in quegli anni trovava un fervido sostenitore in Gustavo Benso di Cavour, il fratello del più celebre Camillo.
Gustavo Benso di Cavour, il quale sosteneva che i beni ademprivili non avessero mai avuto padrone, così recitò in un suo discorso in parlamento: “come pure in America, ove gran parte dei beni non sono occupati, il Governo li dice suoi, perché nei codici di tutte le nazioni incivilite i beni che non hanno proprietario si considerano del demanio.”[8]
Gustavo di Cavour rincarò la dose difendendo l’idea che quelle terre che “appartenevano” al settore primario della Sardegna, avevano un valore minore di quanto si credesse. Gustavo era un esponente della Destra Storica e la legge che prevedeva l’esproprio degli ademprivi venne approvata, autorizzando lo stato nel 1864 a espropriare 200.000 ettari di terra a favore di se stesso. Una triste pagina della storia sarda e italiana questa, che portò allo scoppio dei moti de su connottu[9] nel 1868 nella cittadina di Nuoro, composta per lo più da uomini dediti alla pastorizia, alla lavorazione casearia e alla produzione del prezioso sughero. Attraverso questi motti i manifestanti rivendicarono il ritorno all’antico uso della terra, sicuramente più funzionale al loro sistema di vita e di esistenza che prevedeva un certo sviluppo del territorio. Il numero dei manifestanti all’inizio della protesta del 26 aprile 1868 era di circa una cinquantina, ma aumentò drasticamente e presto si levarono grida ostili contro quel consiglio comunale che andava espropriando sempre più salti[10], per rivendere le stesse terre allo stato.
Ci furono scontri sanguinosi e alla fine delle proteste, in cui i manifestanti riuscirono a occupare persino il municipio, il consiglio comunale fu costretto allo scioglimento. L’episodio ripreso dai principali giornali dell’epoca quali “Il corriere di Sardegna” e “La cronaca” fu divulgato in tutta la Sardegna e parecchie manifestazioni scoppiarono in tutta l’isola, specie nei centri urbani maggiori. Le testate giornalistiche attribuivano le colpe dei moti alle amministrazioni locali che da tempo sapevano del malcontento popolare senza però cercarne una soluzione valida: anzi spesso misero ancor più il bastone nelle ruote a quelle classi disagiate, che in quel periodo in Sardegna erano la stragrande maggioranza.
Tutti questi presupposti precedentemente elaborati ci aiutano a comprendere meglio quale fosse la situazione in Sardegna, non solo dal punto di vista agricolo, ma anche dal punto di vista sociale. Le terre erano perlopiù incolte e malariche. Proprio la malaria fu uno dei mali endemici della Sardegna, agevolata nel suo diffondersi dalla presenza di vaste zone paludose, sparse un po’ dappertutto all’interno dell’isola. La febbre che generava la malaria portò conseguentemente a un blocco dello stesso miglioramento dell’isola, che vigeva in un grave stato di arretratezza. Anche per questo motivo la Sardegna fu terra di ripetuti tentativi di colonizzazione e di risanamento del territorio, condizione quest’ultima indispensabile per la buona riuscita dell’opera, per questioni sia strategiche che commerciali, e in questi ultimi decenni anche militari.
Un’isola così grande e così scarsamente popolata, a metà del Settecento, si prospettava come ‘meta ideale’ da colonizzare: ideale per accogliere la popolazione eccedente delle altri regioni del continente. Già l’élite politica sabauda, che “ebbe buona conoscenza delle zone agrarie più evolute d’Europa”,[11] progettò uno spontaneo risanamento delle zone deserte e infette e un controllo contro la malaria, seguito, in tutto il corso del Settecento, da numerosi tentativi di colonizzazione in zone prima di allora del tutto disabitate: si pensa al Sarcidano, all’altopiano di Montresta, alla Nurra, all’Isola dell’Asinara,[12] all’Isola di San Pietro, i casi più eclatanti. Tuttavia “per strappare al disordine e alla malaria parti del territorio sfuggite loro di mano nel passato per la forte insalubrità, non potevano raggiungere i risultati sperati, isolati com’erano”, i sardi, “e al di fuori di una grande, complessiva opera di bonifica e di sistemazione idraulica, di riassetto del territorio, […] di nuovi rapporti dei coltivatori con la terra.[13]
Come vedremo arrivando alle soglie del Novecento, ci furono diversi progetti che vennero portati avanti, come il caso delle colonie penali agricole, che mirarono a un ammodernamento e a un risanamento, oltreché a una bonifica mirata, dell’isola sarda. In particolar modo la regolazione delle acque che avevano le loro sorgenti nei monti e che a valle producevano straripamenti e alluvioni, specie in autunno e in inverno, per poi lasciare nei residui acquitrini nidi malarici. La bonifica delle tante paludi presenti nell’isola e la creazione di varie dighe che avrebbero portato l’acqua nelle pianure della Sardegna aveva il fine di ridimensionare la potenza della malaria nell’intero territorio sardo.[14] Ma per il definitivo riassestamento idrico si dovrà attendere fino alla fine della seconda guerra mondiale.
In questo contesto si fonda la nascita e si può comprendere al meglio l’importanza delle colonie penali agricole che si svilupparono a partire dall’Ottocento nel territorio europeo, e con particolare rilevanza, nel territorio sardo e nell’arcipelago delle principali isole toscane in Italia.
La Sardegna come “laboratorio di storia coloniale”. Un autore come il già citato Manconi – ben lontano da simpatie per una visione che possiamo schematicamente definire sardista-indipendentista – ha scritto esplicitamente, giunto peraltro ad una fase matura dei suoi studi, di una Sardegna sottoposta a una spoliazione di tipo “coloniale”. Nel suo consistente volume sul Regno sardo sotto gli Asburgo di Spagna, egli ha utilizzato anche il termine “colonia”. Un altro studioso, il franco-americano John Day, grande e sincero amico della Sardegna – anch’egli non particolarmente proclive a fare proprie definizioni di carattere, diciamo così, “terzomondista” – ha parlato dell’isola come di uno specifico “laboratorio di storia coloniale”, con un certo scandalo di alcuni accademici.
D’altra parte negli ultimi decenni del Seicento prende corpo un complesso disegno razionalizzatore – caratterizzato, bisogna riconoscerlo, anche da un’ispirazione autenticamente riformatrice – che parte dalla penisola iberica ed investe la Sardegna; lo sforzo per un cambiamento economico-sociale ed amministrativo mira, si badi bene, ad aumentare gli introiti fiscali provenienti dall’isola. Sul papel redatto nel 1685 da Joseph de Haro y Lara, protonotario del Consejo d’Aragón, aveva richiamato la mia attenzione l’amico Mattone durante una missione di studio che avevamo compiuto insieme negli anni Ottanta e che aveva toccato i principali archivi iberici. Delle attese, annunciate e proclamate riforme non si fece comunque pressoché nulla, sembra quasi scontato affermarlo, mancando allora fondi adeguati da stanziare, ma nel Settecento quell’insieme di proposte sarà comunque tenuto presente (lo sottolineava fra i primi Francesco Loddo Canepa) dal ministro sabaudo Giovanni Battista Lorenzo Bogino.
Crisi demografica ed economica. Anche le carte del Parlamento Monteleone contribuiscono a gettare luce sul problema drammatico, se non tragico, della crisi demografica che anche oggi colpisce la nostra comunità. Il saldo del XVII secolo per l’isola è indubbiamente negativo: dai 310.000 abitanti del 1627 si perviene ai 300.000 circa del 1640-41. Certo, nel 1630 la Sardegna non conosce la peste di manzoniana memoria ma, a parte quella del 1652-1656/57 – in seguito alla quale Sassari perde il primato demografico che deteneva saldamente su Cagliari – è ancora viva nei sardi e negli uomini che presenziano al Parlamento Monteleone la memoria di quella hambre y epidemia che li aveva afflitti nel 1680-81 portandosi via 1/3 della popolazione. Anche il 1687 è ricordato come anno di crisi. Nel 1688 il numero dei sardi cala sino a 230.321, quindi cresce sino ai 260.551 del 1698. In ogni caso il saldo finale del secolo, come si è detto, è negativo.
Anche in relazione a queste cifre va evidentemente analizzata la crisi economica: il picco della produzione isolana di grano viene toccato nel 1619 con un milione e mezzo circa di starelli; non a caso ciò si verifica in anni che attestano una dinamica demografica quanto mai favorevole, almeno in relazione ad altri momenti storici. Per il crollo del 1680 si fece ricorso a massicce importazioni dalla Sicilia – per 200.000 starelli circa – mentre le esportazioni dalla nostra isola crollano dai 310.000 starelli del 1617 ai miseri 9.500 di quel tragico 1680-81; forse quest’ultimo si può accostare al fatidico annu doxi, il 1812 diventato proverbiale per la fame e ricordato anche per la congiura cagliaritana di Palabanda, capeggiata da Salvatore Cadeddu, repressa nel sangue dal governo sabaudo.
Sul piano economico l’indiscusso primato della città sulle campagne provoca le proteste dei centri rurali, in primo luogo di quelli che devono approvvigionare Cagliari che procrastinava, certo, i versamenti dovuti ai villici, ma d’altra parte si vantava di aver provveduto con la sua annona a quasi tutti gli altri territori del Regno in un contesto di assoluta emergenza come quello del già ricordato 1680-81.
Il peso di meccanismi propri dell’Antico Regime. Evidentemente proteste e proposte per uscire da condizioni considerate non più tollerabili devono fare i conti con le bardature tipiche di un sistema di Ancien Règime che condiziona pesantemente la proprietà, la mobilità dei singoli abitanti e la libertà di commercio. Al riguardo si pone il problema degli ostacoli gravosi incontrati nell’Età moderna dallo sviluppo dell’individualismo possessivo, un nodo su cui hanno indagato, con approcci e conclusioni diverse, lo stesso Birocchi, Doneddu, G. G. Ortu e Mattone. Dalle carte del Parlamento Monteleone emergono posizioni del governo regio tutt’altro che favorevoli al pieno riconoscimento della proprietà privata, il quale invece prende corpo negli anni Novanta del Seicento (come ha dimostrato lo Doneddu). Nel Settecento però l’orientamento della magistratura, come ha osservato G. G. Ortu, non sarà certo lineare. Il peso delle bardature dell’Antico Regime non poteva non avvertirsi. Nel 1688-89 i sindaci delle appendici cagliaritane criticavano apertamente il baronaggio, aduso ad osteggiare il principio della libertad natural nell’alienazione dei beni, nel cambiamento di domicilio e nel commercio, principio valido per tutti gli uomini, sostenevano con vigore i sindaci, siano essi abitanti nelle città o nelle campagne. Neppure il re può concedere ai feudatari ciò che non gli appartiene. Esiste – ecco la proposizione qualificante – un derecho de las gentes antes de haver monarchias. Ciò va detto a riprova della circolazione delle idee – giusnaturalistiche e non solo – in un’isola che non è stata marginale, “parrocchiale” o tetragona al nuovo, come certa storiografia tradizionale ed ufficiale ci ha lungamente fatto credere.
Anche nel Novecento storici validi, penso in particolare a Dionigi Scano, hanno rappresentato l’ambiente socioeconomico e culturale sardo, nonché le stesse abitazioni cagliaritane dei nobili, come qualcosa di molto modesto. Emilio Lussu si riferì senza ombra di dubbio a baroni e popolani ugualmente cenciosi e servili. Nel Parlamento Monteleone ciò è energicamente smentito, fra l’altro, dalla supplica dei tre Stamenti i quali invocano provvedimenti contro il lusso e lo sfarzo, incredibilmente sfoggiati non solo da nobili e cavalieri con seguito di lacayos e lacayuelos, ma anche, e di qui lo scandalo, da alcuni dei praticanti le arti meccaniche che erano riusciti ad arricchirsi. Magari poi si erano rovinati economicamente e non pagavano il servicio. Il viceré Pignatelli pubblicò al riguardo un pregone.
I sindaci cagliaritani, dal canto loro, dovevano fronteggiare le pretese del clero che pretendeva di imporre le decime agli abitanti del distretto agrario del capoluogo, i quali da tempo immemorabile non le pagavano. Venne messo a punto un circostanziato esposto al regio fisco con testimonianze su minacce di cattura, arresto, imputazione e processo, bastonate, vendemmie prepotentemente effettuate da ecclesiastici anche contro agricoltori che avevano dimostrato ampia disponibilità per risolvere ogni controversia. Insomma, in un contesto di Antico Regime nessuno poteva dirsi al sicuro da determinate pretese, neanche all’interno del territorio cittadino. Le suppliche delle città regie e non tanto di Sassari, provata dalle piaghe del 1652-1656/57 e del 1680-81, quanto di Alghero, Oristano, Iglesias, Bosa e Castellaragonese si esprimono con un registro linguistico abbastanza elevato, sono redatte con sicura conoscenza dei problemi e riescono a conseguire qualche risultato apprezzabile, come si evince dalle risposte del viceré, dalle regie decretazioni e dai capitoli di Corte.
Un’onda lunga che parte dalla seconda metà del Seicento. Come già aveva notato Bruno Anatra, nella seconda metà del Seicento si delinea, in misura sempre più corposa, il ruolo di nuovi soggetti, le comunità rurali, che si riuniscono in piazza per eleggere i loro rappresentanti, inviano a Cagliari circostanziati documenti, chiedono addirittura di essere rappresentate nelle riunioni stamentarie e si battono contro gli arrendatori (gli appaltatori delle rendite dei feudi regi), contro i tributi signorili, contro i printzipales e non esitano ad usare, nelle loro proteste, il termine “tirannia”. Penso in particolare ad Aritzo ed all’incontrada reale del Mandrolisai. Parte da qui l’onda lunga che porterà le campagne sarde a sollevarsi in armi durante il triennio rivoluzionario sardo 1793-96, durante il quale emergerà la leadership politica di Giovanni Maria Angioy, complessa ed affascinante figura di docente universitario, magistrato, giudice della Reale Udienza, banchiere ed anche imprenditore in campo agricolo ed industriale: lo abbiamo ricordato anche quest’anno a Sassari nell’ambito delle iniziative per il 28 aprile, Sa die de sa Sardigna.
[1] Incipit del Regio Editto Sopra le chiudende.
[2] Rousseau J.J., Discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza tra gli uomini, 1755.
[3] Articolo 1 del Regio Editto Sopra le chiudende.
[4] Costa G., Biddatzoni e Paberile, Bidatsoni e Poboribi, Vidazzone e Poborile, Firenze University Press, 2005.
[5] Marroccu L., La comunità agraria e i suoi spazi, in Angioni G. e Sanna A., Sardegna, Laterza, Bari, 1988, pag. 16
[6] Quell’antico diritto di raccogliere legna per l’inverno e per le botteghe artigiane che necessitavano del fuoco all’interno appunto dei terreni comuni.
[7] Ortu L., La questione sarda tra Ottocento e Novecento, CUEC, Cagliari, 2005.
[8] Ibidem.
[9] Il termine connottu in italiano va tradotto con la parola “conosciuto”
[10] I salti erano quelle terre dedicate al pascolo delle greggi.
[11] Medda A., Tesi: insediamento e vita dei mezzadri in una città di nuova fondazione, 2009
[12] Si veda capitolo 3, par. 3.3.
[13] Tognotti E., Per una storia della malaria in Italia. Il caso della Sardegna, Franco Angeli, Milano, 2008, pag.135.
[14] Nel 1908 Angelo Omodeo, l’ingegnere che progetto l’omonimo lago artificiale (terzo per grandezza ancora oggi nel vecchio continente europeo), disse che erano necessari per bonificare e rendere vivibile la Sardegna “laghi artificiali capaci di disciplinare io modulo dei corsi d’acqua e di utilizzare il deflusso idrico costante così ottenuto a scopi di valorizzazione elettro-irrigua e industriale di numerosi comprensori.”
Onnis, Omar (2015). La Sardegna e i sardi nel tempo, Arkadia, Cagliari
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Luciano Carta. La Sarda Rivoluzione. Cagliari, Condaghes
Francesco Casula: Controstoria della Sardegna. Dalla Civiltà Nuragica al Dominio Spagnolo.
Francesco Casula: Carlo Felice e i Tiranni Sabaudi

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