
Il diritto internazionale riconosce il diritto al cibo e la sovranità alimentare come diritti umani fondamentali, strettamente legati al diritto alla vita, all’acqua e alla terra. Questo implica che ogni individuo ha diritto ad un cibo nutriente e accessibile, prodotto in modo sostenibile, e che le comunità hanno il diritto di definire i propri sistemi alimentari e produttivi, compresa l’irrigazione degli orti per la sopravvivenza.
Il diritto alla vita è considerato il “diritto contenitore” di molti altri diritti, incluso il diritto all’acqua e al cibo, riconosciuti anche come diritti autonomi per garantire la sopravvivenza e lo sviluppo fisico e mentale degli individui.
Il diritto al cibo è legato al diritto alle risorse naturali, come acqua, terra e sementi, che sono essenziali per la produzione di cibo e sono tutelati dal diritto internazionale.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la Risoluzione 64/292 del 2010 ha riconosciuto l’accesso all’acqua sicura e pulita come un diritto umano universale e fondamentale.
Il diritto all’acqua è considerato un prerequisito per il godimento di altri diritti umani, come il diritto alla vita, alla salute e a uno standard di vita dignitoso.
L’acqua è definita un “bene vitale” che appartiene a tutti e non può essere oggetto di proprietà privata, richiedendo una gestione orientata all’interesse pubblico.
Questo principio implica che il diritto naturale all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari prevale sugli interessi economici, poiché è essenziale per il pieno godimento della vita e di tutti gli altri diritti umani.
Il diritto all’acqua è dunque parte integrante del diritto al cibo. Garantire l’irrigazione per gli orti è un aspetto essenziale per assicurare l’accesso alle risorse produttive necessarie per la sopravvivenza.
Principio democratico della sovranità alimentare, sostenendo il diritto alle risorse naturali, dà priorità alla gestione locale di acqua e terra da parte delle comunità che producono il cibo, anziché alle imprese.
Supremazia dei diritti naturali sugli interessi economici
La gestione dell’acqua deve essere guidata da un principio di interesse pubblico e non da logiche di mercato o di profitto.
Secondo l’Art. 41 della Costituzione l’iniziativa economica privata è libera, ma non può essere svolta in contrasto con l’utilità sociale o arrecando danni all’ambiente, alla salute, alla sicurezza, alla libertà o alla dignità umana.
Questo significa che la Costituzione riconosce la libertà di iniziativa economica privata, ma la subordina all’utilità sociale e alla non lesione di salute, ambiente, sicurezza, libertà e dignità umana.
Lo Stato dovrebbe intervenire con programmi e controlli per indirizzare l’attività economica verso fini sociali.
Anche se le risoluzioni ONU non sono vincolanti, gli Stati hanno l’obbligo morale e pratico di garantire questo diritto a livello minimo vitale.
Le Nazioni Unite e altre organizzazioni chiedono agli Stati di adottare strumenti giuridici vincolanti, come un trattato internazionale, per garantire concretamente l’accesso all’acqua a tutti.
Le risoluzioni ONU che riconoscono il diritto all’acqua hanno natura di “soft law” (diritto non vincolante), limitandone l’obbligo di applicazione da parte degli stati.
Nonostante il riconoscimento formale, l’implementazione effettiva è ancora in ritardo a causa della natura non vincolante di alcune risoluzioni e della mancanza di volontà politica e strumenti giuridici adeguati.
Attualmente, non esistono meccanismi di sanzione efficaci per le violazioni del diritto umano all’acqua, lasciando una notevole discrezionalità agli Stati.
Resta che di fatto l’acqua è riconosciuta internazionalmente come un Diritto Umano Fondamentale (Risoluzione 64/292 del 2010).
🔴Privare una popolazione dell’acqua necessaria alla propria sussistenza (attraverso l’agricoltura locale) per favorire profitti privati è considerato, in linea di principio, una violazione dei diritti umani.
🔴Gerarchia degli usi:
In Italia, il Testo Unico Ambientale stabilisce che, in caso di carenza, la priorità assoluta va al consumo umano, seguito da quello agricolo. L’uso industriale/speculativo dovrebbe essere l’ultimo della lista.
🔴 “Pubblica Utilità”: da strumento a retorica per profitto.
Il concetto di “pubblica utilità” viene spesso utilizzato per giustificare espropri o deviazioni di risorse.
🔴Tuttavia, la legittimità cade quando:
A. Manca il beneficio collettivo: Se l’opera favorisce esclusivamente l’accumulazione di capitale di una multinazionale senza ricadute positive sul territorio (posti di lavoro reali, abbassamento dei costi), la “pubblica utilità” diventa una finzione giuridica.
B. E’ in atto una speculazione o uno sfruttamento delle risorse ai fini di profitto: Recentemente, molti progetti legati alla transizione energetica (es. eolico, agrivoltaico o idrogeno) vengono classificati come prioritari, entrando in conflitto con la sovranità alimentare locale e il diritto all’autoproduzione alimentare ovvero quando le risorse idriche vengono sottratte agli usi civici e agricoli per fini industriali o energetici non essenziali per la popolazione locale.
🔴 Multinazionali e Diritti delle popolazioni
Molte organizzazioni e comitati denunciano il fenomeno del “Water Grabbing”
(accaparramento dell’acqua) e rivendicano l’accesso all’acqua in quanto DIRITTO NATURALE.
Questo accade quando le grandi imprese ottengono concessioni idriche vantaggiose a discapito dei piccoli agricoltori.
I profitti vengono esportati all’estero, mentre il danno ambientale e la siccità restano a carico della comunità locale.
IL COLONIALISMO IDRICO IN SARDEGNA
Il concetto di colonialismo idrico in Sardegna si inserisce in un più ampio dibattito sulla “questione sarda” e sullo sfruttamento delle risorse locali (acqua, energia, suolo) da parte di attori esterni (multinazionali o lo Stato centrale) a scapito della comunità locale.
Il colonialismo idrico in Sardegna si riferisce allo sfruttamento delle risorse idriche isolane a beneficio di interessi esterni, storicamente legato alla creazione di invasi artificiali per l’energia. L’isola basa il suo approvvigionamento su invasi (57%) e falde (43%), spesso gestiti centralmente.
Sin dal periodo spagnolo e successivamente, la gestione delle risorse sarde è stata gestita da entità esterne.
La Società Bonifiche Sarde (SBS) ha bonificato l’area di Arborea nel 1928, creando invasi per l’irrigazione di terreni spesso lavorati da coloni provenienti da altre regioni, in un contesto di intervento statale diretto.
Nonostante la presenza di numerose fonti la gestione delle acque rimane un tema cruciale per l’autonomia e l’economia locale, spesso l’estrazione di risorse idriche avviene a vantaggio di specifici poli industriali persino in emergenza idrica, a discapito degli usi civici e agricoli.
Il concetto di “colonialismo idrico” denuncia la gestione delle risorse idriche sarde in modo da favorire usi non locali, limitando la sovranità locale su un bene primario.
In Sardegna, con la malagestio decennale delle risorse idriche, si configurano gravissime violazioni di norme Jus Cogens di rango superiore sia al diritto comunitario europeo che al diritto interno italiano.
🔴Violazione della Risoluzione ONU 64/292. L’acqua è un diritto umano essenziale; negarla per usi industriali non vitali è una violazione del nucleo essenziale del diritto alla vita.
🔴Violazione della Risoluzione ONU 1803 sulla Sovranità Permanente dei Popoli sulle Risorse Naturali (ONU): Il popolo sardo è stato privato della sovranità sulle proprie acque a favore di multinazionali che esportano l’energia prodotta. Il popolo sardo ha il diritto inalienabile di disporre delle proprie risorse naturali. Usare l’acqua sarda per costruire impianti che servono a trasferire energia verso il continente è una forma di estrattivismo coloniale.
🔴Violazione del Principio di Equità e Partecipazione: Le popolazioni locali non sono state consultate sull’uso della loro acqua per i cantieri delle multinazionali (Convenzione di Aarhus).
🔴Violazione della Sovranità Alimentare: La sottrazione di circa 300.000 metri cubi di acqua agli orti e alle piccole aziende agricole ha configurato un vero “attentato alla sopravvivenza alimentare” locale, favorendo un modello di sviluppo coloniale dove la risorsa (acqua) serve a produrre un bene (energia) che non resta sul territorio.
🔴Aggiramento della Gerarchia delle Fonti del Diritto. La Regione Sardegna, pur in presenza di uno stato di emergenza, ha permesso che i cantieri legati al PNRR e all’energia venissero classificati come “obiettivi strategici”, garantendo loro una corsia preferenziale nelle forniture di Abbanoa. Questo ha ribaltato il principio di Jus Cogens che pone il diritto alla vita (acqua potabile e cibo) sopra il profitto.
PER APPROFONDIRE CONSIGLIAMO LA LETTURA DEL DOSSIER
SUL COLONIALISMO IDRICO IN SARDEGNA

Lascia un commento